Jenny Finn
Mike Mignola - Troy Nixley - Farel Dalrymple
Magic Press
8,50€
Parlando direttamente di quel che Jenny Finn promette sin da subito di essere, possiamo estrapolare una sorta di compendio dell’immaginario oscuro, viscido e gotico della letteratura di H.P. Lovecraft. La mianccia che arriva dal remoto degli abissi, e dal remoto dei tempi, le folle e le masse ignoranti, impulsive e fortemente superstiziose, lo spiritismo… Da fan sincero di Mike Mignola, sia come disegnatore che come architetto delle caratteristiche storie di Hellboy, ho comprato piuttosto a scatola chiusa questo intrigante volumetto.
Dire che sono rimasto deluso è sicuramente troppo; diciamo che rappresenta uno degli innumerevoli casi di sindrome da dimenticatoio, finendo la sua carriera come gradita decorazione della propria libreria.
Ma andiamo piano, non voglio correre: Jenny Finn è una ragazzina il cui arrivo a Londra, una Londra sporca, villica e vittoriana, coincide non troppo casualmente con lo scoppiare di una misteriosa e raccapricciante epidemia, che sembra annidarsi nell’acqua, ovunque essa sia. Joe è solo un macellaio, o meglio, un individuo brutto e goffo che lavora in un mattatoio. Notando la piccola Jenny aggirarsi nel quartieraccio portuale, Joe la segue tentando di convincerla che quei posti sono troppo pericolosi perché lei possa girarvi da sola. La risposta, semplice e sinistra, è che quello è il posto per lei, perché lei è cattiva.
Da qui la vicenda turbina in una serie di inseguimenti e incontri, di linciaggi e apparizioni nei vicoli e negli antri bui della città. E il primo capitolo, “Doom”, è poco più di questo. Solo successivamente, in “Messiah”, l’intreccio iniziale di mostri, violenza e società segrete intraprenderà una strada verso la soluzione del mistero, peraltro non troppo eccitante.
Jenny Finn è turistico. Turistico è l’aggettivo che mi è balzato alla mente dopo averlo riletto di recente. Nonostante sia ben scritto, e abbia dialoghi calzanti, ciò che viene messo in scena è un catalogo di situazioni e personaggi già visti, spesso mossi da motivazioni deboli o comunque poco convincenti. Sembra un calderone, anzi, un’attrazione in un parco giochi a tema, allestita con tutti i canoni che devono apparire in un simile romanzo di genere. Il problema, quindi, è un pedale schiacciato troppo a fondo, una carrellata che include simil Madame Blavatsky e redivivi Rasputin, steampunk e fantasmi, Jack the Ripper…
Ma, a suo modo, il cocktail di gamberi tirato su da Mignola funziona e, pur non convincendo fino in fondo, mantiene quell’aura spettrale e onirica dei suoi racconti, quella dimensione impercettibile e inafferrabile che si insinua anche nelle sue storie del demone rosso. E questa sorta di angoscia, o comunque di senso etereo, è qualcosa di molto simile all’orrore strisciante che lo stesso Lovecraft era in grado di diluire nelle sue opere.
Ma un fumetto lo si scrive e lo si disegna. Il compito, questa volta, non è ricaduto sul papà diHellboy, ma è stato affidato a due appropriate figure come Troy Nixley e Farel Dalrymple. Tra i due non posso non ricadere su Nixley e le sue inquietanti e grottesche figure umane sapientemente rese a pennello; la popolazione, la folla continua che invade le strette e insalubri vie di Londra è un crogiuolo di volti e corpi deformi, grassi o smunti, piccoli o gargantueschi, di anatomie azzardate e, più in generale, di figure in ogni senso liquide, che scorrono e mutano, volutamente, in continuazione. L’effetto molto particolare, a volte stordente, dà l’impressione di osservare la scena attraverso un sottile strato d’acqua, che rende preponderante il movimento, deforma le anatomie, le prospettive e seleziona i dettagli da mostrare. Qualcosa, insomma, di gradevole per il mnodo in cui si accorda con la scrittura e il tema narrato, ma, ammetto, inizialmente disturbante.
Alcuni passaggi, comunque, valgono la pena di esser letti, sicuramente: la prima volta in cui Joe assiste alla processione delle “signore morte”, come vengono definite senza entusiasmo da alcuni ragazzetti di strada, ha un sapore disturbante che colpisce il lettore, e similmente altri passaggi, specialmente l’inquietudine nel vedere pesci e mucche intonare filatrocche su Jenny Finn o preannunciare il “Destino”.
Insomma, non credo lo rileggerete, non credo artisticamente la seconda parte sia valevole quanto la prima, ma in fin dei conti…
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