Etere's Read it or Not

Rollercoaster nella mia piccola collezione di fumetti.
Fri Nov 28
Jenny Finn
Mike Mignola - Troy Nixley - Farel Dalrymple
Magic Press
8,50€

Parlando direttamente di quel che Jenny Finn promette sin da subito di essere, possiamo estrapolare una sorta di compendio dell’immaginario oscuro, viscido e gotico della letteratura di H.P. Lovecraft. La mianccia che arriva dal remoto degli abissi, e dal remoto dei tempi, le folle e le masse ignoranti, impulsive e fortemente superstiziose, lo spiritismo… Da fan sincero di Mike Mignola, sia come disegnatore che come architetto delle caratteristiche storie di Hellboy,  ho comprato piuttosto a scatola chiusa questo intrigante volumetto.
Dire che sono rimasto deluso è sicuramente troppo; diciamo che rappresenta uno degli innumerevoli casi di sindrome da dimenticatoio, finendo la sua carriera come gradita decorazione della propria libreria.
Ma andiamo piano, non voglio correre: Jenny Finn è una ragazzina il cui arrivo a Londra, una Londra sporca, villica e vittoriana, coincide non troppo casualmente con lo scoppiare di una misteriosa e raccapricciante epidemia, che sembra annidarsi nell’acqua, ovunque essa sia. Joe è solo un macellaio, o meglio, un individuo brutto e goffo che lavora in un mattatoio. Notando la piccola Jenny aggirarsi nel quartieraccio portuale, Joe la segue tentando di convincerla che quei posti sono troppo pericolosi perché lei possa girarvi da sola. La risposta, semplice e sinistra, è che quello è il posto per lei, perché lei è cattiva.
Da qui la vicenda turbina in una serie di inseguimenti e incontri, di linciaggi e apparizioni nei vicoli e negli antri bui della città. E il primo capitolo, “Doom”, è poco più di questo. Solo successivamente, in “Messiah”, l’intreccio iniziale di mostri, violenza e società segrete intraprenderà una strada verso la soluzione del mistero, peraltro non troppo eccitante.
Jenny Finn è turistico. Turistico è l’aggettivo che mi è balzato alla mente dopo averlo riletto di recente. Nonostante sia ben scritto, e abbia dialoghi calzanti, ciò che viene messo in scena è un catalogo di situazioni e personaggi già visti, spesso mossi da motivazioni deboli o comunque poco convincenti. Sembra un calderone, anzi, un’attrazione in un parco giochi a tema, allestita con tutti i canoni che devono apparire in un simile romanzo di genere. Il problema, quindi, è un pedale schiacciato troppo a fondo, una carrellata che include simil Madame Blavatsky e redivivi Rasputin, steampunk e fantasmi, Jack the Ripper…
Ma, a suo modo, il cocktail di gamberi tirato su da Mignola funziona e, pur non convincendo fino in fondo, mantiene quell’aura spettrale e onirica dei suoi racconti, quella dimensione impercettibile e inafferrabile che si insinua anche nelle sue storie del demone rosso. E questa sorta di angoscia, o comunque di senso etereo, è qualcosa di molto simile all’orrore strisciante che lo stesso Lovecraft era in grado di diluire nelle sue opere.
Ma un fumetto lo si scrive e lo si disegna. Il compito, questa volta, non è ricaduto sul papà diHellboy, ma è stato affidato a due appropriate figure come Troy Nixley e Farel Dalrymple. Tra i due non posso non ricadere su Nixley e le sue inquietanti e grottesche figure umane sapientemente rese a pennello; la popolazione, la folla continua che invade le strette e insalubri vie di Londra è un crogiuolo di volti e corpi deformi, grassi o smunti, piccoli o gargantueschi, di anatomie azzardate e, più in generale, di figure in ogni senso liquide, che scorrono e mutano, volutamente, in continuazione. L’effetto molto particolare, a volte stordente, dà l’impressione di osservare la scena attraverso un sottile strato d’acqua, che rende preponderante il movimento, deforma le anatomie, le prospettive e seleziona i dettagli da mostrare. Qualcosa, insomma, di gradevole per il mnodo in cui si accorda con la scrittura e il tema narrato, ma, ammetto, inizialmente disturbante.
Alcuni passaggi, comunque, valgono la pena di esser letti, sicuramente: la prima volta in cui Joe assiste alla processione delle “signore morte”, come vengono definite senza entusiasmo da alcuni ragazzetti di strada, ha un sapore disturbante che colpisce il lettore, e similmente altri passaggi, specialmente l’inquietudine nel vedere pesci e mucche intonare filatrocche su Jenny Finn o preannunciare il “Destino”.
Insomma, non credo lo rileggerete, non credo artisticamente la seconda parte sia valevole quanto la prima, ma in fin dei conti…

READ IT!

Jenny Finn

Mike Mignola - Troy Nixley - Farel Dalrymple

Magic Press

8,50€

Parlando direttamente di quel che Jenny Finn promette sin da subito di essere, possiamo estrapolare una sorta di compendio dell’immaginario oscuro, viscido e gotico della letteratura di H.P. Lovecraft. La mianccia che arriva dal remoto degli abissi, e dal remoto dei tempi, le folle e le masse ignoranti, impulsive e fortemente superstiziose, lo spiritismo… Da fan sincero di Mike Mignola, sia come disegnatore che come architetto delle caratteristiche storie di Hellboy,  ho comprato piuttosto a scatola chiusa questo intrigante volumetto.

Dire che sono rimasto deluso è sicuramente troppo; diciamo che rappresenta uno degli innumerevoli casi di sindrome da dimenticatoio, finendo la sua carriera come gradita decorazione della propria libreria.

Ma andiamo piano, non voglio correre: Jenny Finn è una ragazzina il cui arrivo a Londra, una Londra sporca, villica e vittoriana, coincide non troppo casualmente con lo scoppiare di una misteriosa e raccapricciante epidemia, che sembra annidarsi nell’acqua, ovunque essa sia. Joe è solo un macellaio, o meglio, un individuo brutto e goffo che lavora in un mattatoio. Notando la piccola Jenny aggirarsi nel quartieraccio portuale, Joe la segue tentando di convincerla che quei posti sono troppo pericolosi perché lei possa girarvi da sola. La risposta, semplice e sinistra, è che quello è il posto per lei, perché lei è cattiva.

Da qui la vicenda turbina in una serie di inseguimenti e incontri, di linciaggi e apparizioni nei vicoli e negli antri bui della città. E il primo capitolo, “Doom”, è poco più di questo. Solo successivamente, in “Messiah”, l’intreccio iniziale di mostri, violenza e società segrete intraprenderà una strada verso la soluzione del mistero, peraltro non troppo eccitante.

Jenny Finn è turistico. Turistico è l’aggettivo che mi è balzato alla mente dopo averlo riletto di recente. Nonostante sia ben scritto, e abbia dialoghi calzanti, ciò che viene messo in scena è un catalogo di situazioni e personaggi già visti, spesso mossi da motivazioni deboli o comunque poco convincenti. Sembra un calderone, anzi, un’attrazione in un parco giochi a tema, allestita con tutti i canoni che devono apparire in un simile romanzo di genere. Il problema, quindi, è un pedale schiacciato troppo a fondo, una carrellata che include simil Madame Blavatsky e redivivi Rasputin, steampunk e fantasmi, Jack the Ripper…

Ma, a suo modo, il cocktail di gamberi tirato su da Mignola funziona e, pur non convincendo fino in fondo, mantiene quell’aura spettrale e onirica dei suoi racconti, quella dimensione impercettibile e inafferrabile che si insinua anche nelle sue storie del demone rosso. E questa sorta di angoscia, o comunque di senso etereo, è qualcosa di molto simile all’orrore strisciante che lo stesso Lovecraft era in grado di diluire nelle sue opere.

Ma un fumetto lo si scrive e lo si disegna. Il compito, questa volta, non è ricaduto sul papà diHellboy, ma è stato affidato a due appropriate figure come Troy Nixley e Farel Dalrymple. Tra i due non posso non ricadere su Nixley e le sue inquietanti e grottesche figure umane sapientemente rese a pennello; la popolazione, la folla continua che invade le strette e insalubri vie di Londra è un crogiuolo di volti e corpi deformi, grassi o smunti, piccoli o gargantueschi, di anatomie azzardate e, più in generale, di figure in ogni senso liquide, che scorrono e mutano, volutamente, in continuazione. L’effetto molto particolare, a volte stordente, dà l’impressione di osservare la scena attraverso un sottile strato d’acqua, che rende preponderante il movimento, deforma le anatomie, le prospettive e seleziona i dettagli da mostrare. Qualcosa, insomma, di gradevole per il mnodo in cui si accorda con la scrittura e il tema narrato, ma, ammetto, inizialmente disturbante.

Alcuni passaggi, comunque, valgono la pena di esser letti, sicuramente: la prima volta in cui Joe assiste alla processione delle “signore morte”, come vengono definite senza entusiasmo da alcuni ragazzetti di strada, ha un sapore disturbante che colpisce il lettore, e similmente altri passaggi, specialmente l’inquietudine nel vedere pesci e mucche intonare filatrocche su Jenny Finn o preannunciare il “Destino”.

Insomma, non credo lo rileggerete, non credo artisticamente la seconda parte sia valevole quanto la prima, ma in fin dei conti…

READ IT!

Wed Nov 5
L’Uomo Ragno - 11 Settembre 2001
J. Michael Straczynski - John Romita Jr. - Klaus Janson
Marvel Mega 21
2€

Pensare e ripensare ad un avvenimento particolare, raffreddare i pensieri, allentare le angosce e i timori, ragionare a mente fredda… Tutte cose capitate ripetutamente dall’11 settembre 2001 ad oggi, per quanto mi riguarda. Un giorno temi la terza guerra mondiale, un altro giuri che c’è dietro un complotto interno, un altro ancora pensi che in fondo sia tutta questione di proporzioni, di equilibri risolti sulla pelle di innocenti tanto americani quanto mediorientali.
E, così, dimentichi le angherie e le paure dei primi mesi, di quel giorno che offuscò persino il tuo astio per i fatti di Genova e del G8, e diventi spietatamente lucido nell’inquadrare il tutto in una sciagurata occasione colta al volo per le manovrine di Walker Bush e della sua corte. Riaprire un albo come questo è un salto indietro di sette anni, un riaprire l’idrante che era stato tenuto sigillato per molto tempo, terminati gli incendi dei primi mesi: un albo duro, secco, che mostra un’impotenza inaudita calare su un universo generalmente noto per la sua ottimistica indole. La morte arriva, per davvero, nei Comic Books, le barriere vengono lacerate una volta per tutte e, tra la nostra e la loro realtà, il limite è cancellato. In negativo, purtroppo.
Nessuno di noi ha imparato a volare, è stato morso da ragni radioattivi o ha scoperto di esser più veloce di un proiettile; in compenso, loro, hanno imparato che nessun piano scellerato o folle che potessero affrontare avrebbe mai potuto competere, anche lontanamente, con quel mattino limpido di settembre.
È curioso, ma sono piccoli segni che uno come me osserva e memorizza: nel giro di tre giorni, sette anni dopo il crollo delle Torri Gemelle, sette anni dopo l’inizio di un lungo periodo di pessimismo internazionale, il sottoscritto ha visto la mano del suo eroe autografargli l’albo di cui stiamo parlando, e gli Stati Uniti hanno visto, finalmente, un uomo di colore diventare il loro Commander in Chief.
Yes we can.
C’è un certo nesso, in tutto questo, credo, e pare così difficile ad oggi collegare il sorriso bambinesco e la stretta di mano di John Romita Jr alle tavole così dolorose che sono racchiuse con cura in una copertina a lutto, completamente nera. Se vi aspettavate una recensione meticolosa o ragionata, cascate male. Per me è impossibile farla; come John Romita Jr, anche io non riesco a riaprire facilmente questo numero, che è costantemente conservato nella sua fascetta, perché è una storia così disturbante, nella sua novità, da non lasciare molti appigli che non siano esclusivamente emotivi.
Va letto, sicuramente, in tutta la sua retorica, la retorica di un paese-bambinone ferito per la prima volta, seriamente, al cuore della sua essenza. Va letto per vedere per la prima volta una New York doppiamente ferita: nella nostra realtà e nell’indistruttibile realtà dei supereroi, dove due aerei di linea hanno ferito più a fondo di qualsiasi fantascientifica arma o strabiliante superpotere.
Sperando che quella copertina resti ancora, e per molto tempo, chiusa.

READ IT!

L’Uomo Ragno - 11 Settembre 2001

J. Michael Straczynski - John Romita Jr. - Klaus Janson

Marvel Mega 21

2€

Pensare e ripensare ad un avvenimento particolare, raffreddare i pensieri, allentare le angosce e i timori, ragionare a mente fredda… Tutte cose capitate ripetutamente dall’11 settembre 2001 ad oggi, per quanto mi riguarda. Un giorno temi la terza guerra mondiale, un altro giuri che c’è dietro un complotto interno, un altro ancora pensi che in fondo sia tutta questione di proporzioni, di equilibri risolti sulla pelle di innocenti tanto americani quanto mediorientali.

E, così, dimentichi le angherie e le paure dei primi mesi, di quel giorno che offuscò persino il tuo astio per i fatti di Genova e del G8, e diventi spietatamente lucido nell’inquadrare il tutto in una sciagurata occasione colta al volo per le manovrine di Walker Bush e della sua corte. Riaprire un albo come questo è un salto indietro di sette anni, un riaprire l’idrante che era stato tenuto sigillato per molto tempo, terminati gli incendi dei primi mesi: un albo duro, secco, che mostra un’impotenza inaudita calare su un universo generalmente noto per la sua ottimistica indole. La morte arriva, per davvero, nei Comic Books, le barriere vengono lacerate una volta per tutte e, tra la nostra e la loro realtà, il limite è cancellato. In negativo, purtroppo.

Nessuno di noi ha imparato a volare, è stato morso da ragni radioattivi o ha scoperto di esser più veloce di un proiettile; in compenso, loro, hanno imparato che nessun piano scellerato o folle che potessero affrontare avrebbe mai potuto competere, anche lontanamente, con quel mattino limpido di settembre.

È curioso, ma sono piccoli segni che uno come me osserva e memorizza: nel giro di tre giorni, sette anni dopo il crollo delle Torri Gemelle, sette anni dopo l’inizio di un lungo periodo di pessimismo internazionale, il sottoscritto ha visto la mano del suo eroe autografargli l’albo di cui stiamo parlando, e gli Stati Uniti hanno visto, finalmente, un uomo di colore diventare il loro Commander in Chief.

Yes we can.

C’è un certo nesso, in tutto questo, credo, e pare così difficile ad oggi collegare il sorriso bambinesco e la stretta di mano di John Romita Jr alle tavole così dolorose che sono racchiuse con cura in una copertina a lutto, completamente nera. Se vi aspettavate una recensione meticolosa o ragionata, cascate male. Per me è impossibile farla; come John Romita Jr, anche io non riesco a riaprire facilmente questo numero, che è costantemente conservato nella sua fascetta, perché è una storia così disturbante, nella sua novità, da non lasciare molti appigli che non siano esclusivamente emotivi.

Va letto, sicuramente, in tutta la sua retorica, la retorica di un paese-bambinone ferito per la prima volta, seriamente, al cuore della sua essenza. Va letto per vedere per la prima volta una New York doppiamente ferita: nella nostra realtà e nell’indistruttibile realtà dei supereroi, dove due aerei di linea hanno ferito più a fondo di qualsiasi fantascientifica arma o strabiliante superpotere.

Sperando che quella copertina resti ancora, e per molto tempo, chiusa.

READ IT!

Tue Aug 12
World War Hulk 1-5 e prologo.
Greg Pak - John Romita Jr. - Klaus Janson.
Marvel Miniserie 87 - 92
3€

Un guerriero molto figo e molto forte si trova ingannato, per vicende di potere, dai suoi stessi compagni di una vita. Caduto in disgrazia, il guerriero molto figo e molto forte finisce a lottare in arene remote e sconosciute come un gladiatore, per la gioia di un perfido tiranno, che infine verrà affrontato vis-à-vis in un letale duello. Moglie e figlio periranno per questa sua insubordinazione, lasciando il nostro eroe molto figo e molto forte con un impareggiabile desiderio di vendetta contro i responsabili di tutte le sue sventure…
Sì, lo so, ci avete pensato e se possedete una certa cultura filmica per i blockbuster pseudostorici di Hollywood, sicuramente vi sarete accorti che la trama, o meglio, l’antefatto alla vicenda testé riportato è già stato trasposto almeno un paio di volte su celluloide, l’ultima delle quali per mano di Ridley Scott…
Che la Marvel sia ormai creativamente nulla è cosa certa. Che alla Marvel, per di più, manchi seriamente il fegato di apportare generosi cambiamenti alle proprie testate e al proprio parco-eroi, (suvvia, non pensiate che Capitan America rimanga defunto per molto… Era già morto a metà degli Anni ‘90, e prima ancora!) è ormai assodato. World War Hulk, acquistata nelle sue cinque uscite mensili, e prologo, più per collezionismo e feticismo per J.R. Jr. che per interesse vero e proprio, è una conferma che le idee sono ormai materia vacua nella so called casa delle idee.
L’antefatto è stato sviluppato nella serie denominata Planet Hulk, e World War Hulk è la sua immediata evoluzione, con il ritorno di Hulk, incazzato come una biscia, sul suolo terrestre, deciso a picchiare e frustrare i quattro Illuminati (Reed Richards, Freccia Nera, Tony Stark e il Dr. Strange) colpevoli del suo esilio fraudolento e, per di più, dello sterminio del suo intero pianeta adottivo. Me’ cojoni.
Tuttavia la cosa più roboante dell’intera miniserie, lasciando da parte la trama abusata e banalotta, è il terribile e noioso schema fisso: in ogni episodio Hulk pesta, viene pestato, viene ingannato e praticamente sottomesso, quindi lancia un’occhiataccia allo sventurato Illuminato che ha detto, o fatto, qualcosa di assai sgradevole alle orecchie del Golia Verde, e lo spiana sotto un crogiolo di mazzate, una volte per tutte, senza sentire alcuna ragione. Il finale della vicenda, poi, è talmente frettoloso e accompagnato da un tale stridore di unghie su uno specchio, che non può lasciare pienamente soddisfatti: ovviamente gli Illuminati sono cattivi, e sono stati scorretti, ma non sono certo stati loro a uccidere milioni di alieni, compresi moglie e figlio (ma sarà morto veramente?) di Hulk. Si dice salvare capre e cavoli. Si dice non far crepare nessuno. Si dice far sparire in un dolce PUF un impianto narrativo che, comunque, per quattro numeri più un intro, e per tuto Planet Hulk, non ha fatto che pompare odio nelle vene dei lettori Marvel, che per lo più si devono esser schierati con l’alter ego di Banner, deduco…
Brutto, anche, è il triste panorama che si va a delineare, con la Marvel che insegue tiepidamente il modello shonen manga più tipico e becero: un buono fortissimo, nel giusto (apparentemente) che affronta uno dopo l’altro nemici sempre più potenti, culmimando ogni scontro in un roboare di esplosioni capaci di radere al suolo una città, un’isola, un continente, un pianeta… Specialmente nell’epilogo scatenato con Sentry l’onnipotente: siamo tornati ad affacciarci su eroi dai capelli biondo-oro che usano implacabili onde di energia e minacciano interi isolati con la sola forza di un loro schiaffone. Dragon Ball please meet World War Hulk.
Pessima scelta, tardiva e pallida imitazione.
Sui disegni non mi va troppo di soffermarmi: Romita Jr. é un campione e ormai ciò che deve fare lo fa con grandissimo stile e dovizia, anche se non è sicuramente al 100% delle sue possibilità. Ma, ripeto, se siete amanti dello stile rapido ma corposo e robusto di Romita figlio potete tranquillamente farvi prestare WWH, pur sapendo che sono altri i suoi lavori serializzati migliori.
Vi lascio con un ultimo rant personale, anche se avete già capito in che direzione stia andando questo mio flusso di idee.
Immaginate che, per vedere appieno le vicende del vostro telefilm preferito, ad un certo punto vi venisse chiesto di seguire anche: CSI puntate dalla 15 alla 20, X-Files puntate dalla 8 alla 12 della terza stagione, LOST tutta la seconda parte della terza stagione e Ugly Betty dalla 10 alla 18. Ecco. A me girerebbero molto i nervi: sto pagando tre euro a volumetto per poter avere una storia capace di appagarmi, che non lasci nell’ombra passaggi importanti o approfondimenti degni di nota. Eppure, con la crescente voglia di mamma Marvel, specialmente dal mega-evento Civil War, di rendere un continuo cross-over le varie storie, un atteggiamento simile è da tenersi per poter avere il quadro completo sulle vicende di World War Hulk, il cui dipanarsi si è proteso su testate come: 
Avengers: The Initiative - Ghost Rider - Heroes for Hire - Irredeemable Ant-Man - The Punisher War Journal - Iron Man e la miniserie sui Gamma Corps.
Tutto per marketing, tutto per tentare di vendere qualche copia in più di altre testate che spesso, e non a torto, sono rimaste titoli di nicchia all’interno del mainstream Marvel. Speriamo, ma temo di no, che la voglia di epica, come oserei definire l’atteggiamento degli ultimi anni della Marvel, finisca e si rientri in qualcosa di più misurato, meno campale ma sicuramente più divertente, coinvolgente e ordinato.
Tanto non succederà mai, è solo businness. Quindi READ IT?

…OR NOT!

World War Hulk 1-5 e prologo.

Greg Pak - John Romita Jr. - Klaus Janson.

Marvel Miniserie 87 - 92

3€

Un guerriero molto figo e molto forte si trova ingannato, per vicende di potere, dai suoi stessi compagni di una vita. Caduto in disgrazia, il guerriero molto figo e molto forte finisce a lottare in arene remote e sconosciute come un gladiatore, per la gioia di un perfido tiranno, che infine verrà affrontato vis-à-vis in un letale duello. Moglie e figlio periranno per questa sua insubordinazione, lasciando il nostro eroe molto figo e molto forte con un impareggiabile desiderio di vendetta contro i responsabili di tutte le sue sventure…

Sì, lo so, ci avete pensato e se possedete una certa cultura filmica per i blockbuster pseudostorici di Hollywood, sicuramente vi sarete accorti che la trama, o meglio, l’antefatto alla vicenda testé riportato è già stato trasposto almeno un paio di volte su celluloide, l’ultima delle quali per mano di Ridley Scott…

Che la Marvel sia ormai creativamente nulla è cosa certa. Che alla Marvel, per di più, manchi seriamente il fegato di apportare generosi cambiamenti alle proprie testate e al proprio parco-eroi, (suvvia, non pensiate che Capitan America rimanga defunto per molto… Era già morto a metà degli Anni ‘90, e prima ancora!) è ormai assodato. World War Hulk, acquistata nelle sue cinque uscite mensili, e prologo, più per collezionismo e feticismo per J.R. Jr. che per interesse vero e proprio, è una conferma che le idee sono ormai materia vacua nella so called casa delle idee.

L’antefatto è stato sviluppato nella serie denominata Planet Hulk, e World War Hulk è la sua immediata evoluzione, con il ritorno di Hulk, incazzato come una biscia, sul suolo terrestre, deciso a picchiare e frustrare i quattro Illuminati (Reed Richards, Freccia Nera, Tony Stark e il Dr. Strange) colpevoli del suo esilio fraudolento e, per di più, dello sterminio del suo intero pianeta adottivo. Me’ cojoni.

Tuttavia la cosa più roboante dell’intera miniserie, lasciando da parte la trama abusata e banalotta, è il terribile e noioso schema fisso: in ogni episodio Hulk pesta, viene pestato, viene ingannato e praticamente sottomesso, quindi lancia un’occhiataccia allo sventurato Illuminato che ha detto, o fatto, qualcosa di assai sgradevole alle orecchie del Golia Verde, e lo spiana sotto un crogiolo di mazzate, una volte per tutte, senza sentire alcuna ragione. Il finale della vicenda, poi, è talmente frettoloso e accompagnato da un tale stridore di unghie su uno specchio, che non può lasciare pienamente soddisfatti: ovviamente gli Illuminati sono cattivi, e sono stati scorretti, ma non sono certo stati loro a uccidere milioni di alieni, compresi moglie e figlio (ma sarà morto veramente?) di Hulk. Si dice salvare capre e cavoli. Si dice non far crepare nessuno. Si dice far sparire in un dolce PUF un impianto narrativo che, comunque, per quattro numeri più un intro, e per tuto Planet Hulk, non ha fatto che pompare odio nelle vene dei lettori Marvel, che per lo più si devono esser schierati con l’alter ego di Banner, deduco…

Brutto, anche, è il triste panorama che si va a delineare, con la Marvel che insegue tiepidamente il modello shonen manga più tipico e becero: un buono fortissimo, nel giusto (apparentemente) che affronta uno dopo l’altro nemici sempre più potenti, culmimando ogni scontro in un roboare di esplosioni capaci di radere al suolo una città, un’isola, un continente, un pianeta… Specialmente nell’epilogo scatenato con Sentry l’onnipotente: siamo tornati ad affacciarci su eroi dai capelli biondo-oro che usano implacabili onde di energia e minacciano interi isolati con la sola forza di un loro schiaffone. Dragon Ball please meet World War Hulk.

Pessima scelta, tardiva e pallida imitazione.

Sui disegni non mi va troppo di soffermarmi: Romita Jr. é un campione e ormai ciò che deve fare lo fa con grandissimo stile e dovizia, anche se non è sicuramente al 100% delle sue possibilità. Ma, ripeto, se siete amanti dello stile rapido ma corposo e robusto di Romita figlio potete tranquillamente farvi prestare WWH, pur sapendo che sono altri i suoi lavori serializzati migliori.

Vi lascio con un ultimo rant personale, anche se avete già capito in che direzione stia andando questo mio flusso di idee.

Immaginate che, per vedere appieno le vicende del vostro telefilm preferito, ad un certo punto vi venisse chiesto di seguire anche: CSI puntate dalla 15 alla 20, X-Files puntate dalla 8 alla 12 della terza stagione, LOST tutta la seconda parte della terza stagione e Ugly Betty dalla 10 alla 18. Ecco. A me girerebbero molto i nervi: sto pagando tre euro a volumetto per poter avere una storia capace di appagarmi, che non lasci nell’ombra passaggi importanti o approfondimenti degni di nota. Eppure, con la crescente voglia di mamma Marvel, specialmente dal mega-evento Civil War, di rendere un continuo cross-over le varie storie, un atteggiamento simile è da tenersi per poter avere il quadro completo sulle vicende di World War Hulk, il cui dipanarsi si è proteso su testate come: 

Avengers: The Initiative - Ghost Rider - Heroes for Hire - Irredeemable Ant-Man - The Punisher War Journal - Iron Man e la miniserie sui Gamma Corps.

Tutto per marketing, tutto per tentare di vendere qualche copia in più di altre testate che spesso, e non a torto, sono rimaste titoli di nicchia all’interno del mainstream Marvel. Speriamo, ma temo di no, che la voglia di epica, come oserei definire l’atteggiamento degli ultimi anni della Marvel, finisca e si rientri in qualcosa di più misurato, meno campale ma sicuramente più divertente, coinvolgente e ordinato.

Tanto non succederà mai, è solo businness. Quindi READ IT?

…OR NOT!

Sat Aug 2
The Dark Knight Returns
Frank Miller, Klaus Janson, Lynn Varley.
DC Comics
14.95$

READ IT!
E tanto mi basterebbe. E tanto è bastato a molti, moltissimi critici di fumetto, ma non solo, per far avvicinare i più scettici, o i meno avvezzi, alla maturità e alle potenzialità reali della graphic novel, se così vogliamo dire.
Frank Miller oggi lo conoscono più o meno tutti, nel bene e nel male: destroide, diretto, senza peli sulla lingua, presuntuoso, potenzialmente fascistoide, aspirante regista… Frank Miller è un autore che come pochi è riuscito a collezionare un notevole palmares di onorificenze ma anche una rispettabile quantità di porcate; una vera altalena creativa, che va da picchi notevoli (come l’opera di cui stiamo per trattare) a mediocri, oltre ogni modo, storielle presuntuose (su tutte, Robocop o All Stars Batman & Robin, salvato dalle meravigliose matite di Jim Lee…).
Ma cosa ha fatto di così importante, per Batman, Frank Miller? Semplicemente, se così vogliamo dire, ha ridato giustizia all’antieroe di Gotham City: siamo negli Anni ‘80 e l’eco del codice etico per i fumetti sta lentamente svanendo. Per decenni, infatti, il fumetto è stato accusato di traviare le giovani menti, e le case editrici, pur di attutire il più possibile il colpo, hanno iniziato a moderare ed edulcorare i toni e le situazioni delle loro storie, dei loro eroi.
Cupi vigilante vengono così ridotti a circensi che si scazzottano in situazioni pressoché ridicole o improbabili, mentre the Man of Steel, il superstite di Krypton, è ingarbugliato nelle situazioni sentimentali da soap con Lois Lane, o troppo impegnato a farsi sculacciare allegramente dal padre adottivo (giuro!).
Poi arriva il 1986. Arriva Alan Moore, in Inghilterra, e negli States si afferma l’ombra granitica di Frank Miller. E ritorna Batman. Quello vero. Quello che era, quello che è sempre stato ma che è sempre stato negato.
Siamo in un futuro prossimo: Gotham City fa schifo più che mai, con un caldo terrificante ad attanagliarla e la coscienza popolare sopita ormai da anni. Sono almeno dieci anni che non si fa più vedere. Lui, l’Uomo Pipistrello. I suoi nemici storici dietro le sbarre o tra le celle imbottite dell’Arkham Asylum, oppure, più semplicemente, smorti e stanchi in qualche bar dei bassifondi, dove ancora amano raccontarsi, con una vena puramente nostalgica, i bei vecchi tempi. La Golden Age.
Ma, una notte, qualcosa non regge. L’attempato e sempre più solitario Bruce Wayne, ritiratosi una volta per tutte dalle notti di Gotham, sente la bestia dentro di lui pulsare e strillare. Si sente nuovamente chiamato dal Pipistrello. È di nuovo l’ora del Cavaliere Oscuro. Così, con l’avvento di un profetico temporale, Batman torna sulle scene, venendo avvistato da sparuti testimoni, indicato come una vecchia leggenda che torna ad affacciarsi sulla realtà. E, con essa, saltano i freni: torna Harvey Dent, ma soprattutto torna il Joker. Freddo, spietato, in campo per un’ultima, strepitosa volta, per chiudere una partita fino ad allora bloccata in un’estenuante parità, un’illusoria tregua. Spuntano i Mutants, che poco hanno da invidiare ai teppisti di The Warriors, e a Gotham City arriva un visitatore inatteso nonché molto sgradito, col suo mantello rosso e la calzamaglia blu. Il cagnolino del governo…
Il ragionamento che, a grandi linee, emerge dall’opera milleriana sul Cavaliere Oscuro è, ad oggi, stata ripresa almeno un paio di volte nelle pellicole dedicate a Batman. Nella sua ultimissima incarnazione, The Dark Knight, non a caso, si riprende proprio quel concetto di filo indelebile (che un po’ semplicisticamente Burton aveva ridotto ad una azione-reazione tra Joker e Batman, fisicamente legati dai due fatidici colpi di pistola in Crime Alley…) che unisce l’apparizione della sagoma con le orecchie a punta all’escalation di violenza da parte della malavita. Più propriamente, il Joker diviene, nel film di Nolan, l’inevitabile gene recessivo, come se tutto il male spurgato dalla figura oscura di Batman si fosse fuso in un unico, sadico freak anarchico e violento, un cane sciolto che non può fare a meno dell’Uomo Pipistrello, poiché è lui la ragione per cui esso esiste.
Miller scrisse ciò una ventina di anni fa, incoronando il ritorno di Batman più che altro con due piccole vignette, nelle quali viene racchiuso il sorriso sadico del Joker che sboccia nuovamente sul pallido volto del criminale. Perché con Lui tornano i bei vecchi tempi, torna la ragione per vivere e lottare, nel bene e nel male, anche in questo caso.
Ma tutto ciò è solo un frammento, solo una parte dell’immenso lavoro che Miller scrisse. E che, ve lo assicuro, scivolerà dritto al vostro cuore e premerà sul vostro stomaco in un sol fiato; arriverete in fondo, e ne vorrete ancora. Perché così va, come quel DVD o quella VHS che ormai avete usurato a forza di vedere e rivedere. Proprio come per il vostro film preferito, quello che già all’epoca avete visto e rivisto in sala, magari anche a scrocco, magari fingendovi malati per bigiare, o scavallare, scuola. Proprio allo stesso modo.
Perché ci sarà sempre, sempre, la notte in cui la voglia “di qualcosa di buono” da leggersi vi attanaglierà e col dito scorrerete la vostra raccolta di fumetti. E, nonostante vi fregiate di avere l’integrale di Watchmen o la completa di V for Vendetta, nonostante il ghigno del Joker vi chiami dagli abissi di The Killing Joke… Tornerete a Gotham City in quel futuro imprecisato, tra le linee dei fulmini, tra le pozze di fango che diventano tavoli operatorii e l’inverno nucleare che cala sulla Terra. Tornerete lì con Lui, tornerete con Lui e basta.
Potete conoscerne a memoria ogni singola tavola, potete ricordarne ogni battuta o saperne ogni dettaglio. Ma tornerete lì ugualmente, mai sazi, sempre appagati.
È una promessa.

READ IT!

The Dark Knight Returns

Frank Miller, Klaus Janson, Lynn Varley.

DC Comics

14.95$

READ IT!

E tanto mi basterebbe. E tanto è bastato a molti, moltissimi critici di fumetto, ma non solo, per far avvicinare i più scettici, o i meno avvezzi, alla maturità e alle potenzialità reali della graphic novel, se così vogliamo dire.

Frank Miller oggi lo conoscono più o meno tutti, nel bene e nel male: destroide, diretto, senza peli sulla lingua, presuntuoso, potenzialmente fascistoide, aspirante regista… Frank Miller è un autore che come pochi è riuscito a collezionare un notevole palmares di onorificenze ma anche una rispettabile quantità di porcate; una vera altalena creativa, che va da picchi notevoli (come l’opera di cui stiamo per trattare) a mediocri, oltre ogni modo, storielle presuntuose (su tutte, Robocop o All Stars Batman & Robin, salvato dalle meravigliose matite di Jim Lee…).

Ma cosa ha fatto di così importante, per Batman, Frank Miller? Semplicemente, se così vogliamo dire, ha ridato giustizia all’antieroe di Gotham City: siamo negli Anni ‘80 e l’eco del codice etico per i fumetti sta lentamente svanendo. Per decenni, infatti, il fumetto è stato accusato di traviare le giovani menti, e le case editrici, pur di attutire il più possibile il colpo, hanno iniziato a moderare ed edulcorare i toni e le situazioni delle loro storie, dei loro eroi.

Cupi vigilante vengono così ridotti a circensi che si scazzottano in situazioni pressoché ridicole o improbabili, mentre the Man of Steel, il superstite di Krypton, è ingarbugliato nelle situazioni sentimentali da soap con Lois Lane, o troppo impegnato a farsi sculacciare allegramente dal padre adottivo (giuro!).

Poi arriva il 1986. Arriva Alan Moore, in Inghilterra, e negli States si afferma l’ombra granitica di Frank Miller. E ritorna Batman. Quello vero. Quello che era, quello che è sempre stato ma che è sempre stato negato.

Siamo in un futuro prossimo: Gotham City fa schifo più che mai, con un caldo terrificante ad attanagliarla e la coscienza popolare sopita ormai da anni. Sono almeno dieci anni che non si fa più vedere. Lui, l’Uomo Pipistrello. I suoi nemici storici dietro le sbarre o tra le celle imbottite dell’Arkham Asylum, oppure, più semplicemente, smorti e stanchi in qualche bar dei bassifondi, dove ancora amano raccontarsi, con una vena puramente nostalgica, i bei vecchi tempi. La Golden Age.

Ma, una notte, qualcosa non regge. L’attempato e sempre più solitario Bruce Wayne, ritiratosi una volta per tutte dalle notti di Gotham, sente la bestia dentro di lui pulsare e strillare. Si sente nuovamente chiamato dal Pipistrello. È di nuovo l’ora del Cavaliere Oscuro. Così, con l’avvento di un profetico temporale, Batman torna sulle scene, venendo avvistato da sparuti testimoni, indicato come una vecchia leggenda che torna ad affacciarsi sulla realtà. E, con essa, saltano i freni: torna Harvey Dent, ma soprattutto torna il Joker. Freddo, spietato, in campo per un’ultima, strepitosa volta, per chiudere una partita fino ad allora bloccata in un’estenuante parità, un’illusoria tregua. Spuntano i Mutants, che poco hanno da invidiare ai teppisti di The Warriors, e a Gotham City arriva un visitatore inatteso nonché molto sgradito, col suo mantello rosso e la calzamaglia blu. Il cagnolino del governo…

Il ragionamento che, a grandi linee, emerge dall’opera milleriana sul Cavaliere Oscuro è, ad oggi, stata ripresa almeno un paio di volte nelle pellicole dedicate a Batman. Nella sua ultimissima incarnazione, The Dark Knight, non a caso, si riprende proprio quel concetto di filo indelebile (che un po’ semplicisticamente Burton aveva ridotto ad una azione-reazione tra Joker e Batman, fisicamente legati dai due fatidici colpi di pistola in Crime Alley…) che unisce l’apparizione della sagoma con le orecchie a punta all’escalation di violenza da parte della malavita. Più propriamente, il Joker diviene, nel film di Nolan, l’inevitabile gene recessivo, come se tutto il male spurgato dalla figura oscura di Batman si fosse fuso in un unico, sadico freak anarchico e violento, un cane sciolto che non può fare a meno dell’Uomo Pipistrello, poiché è lui la ragione per cui esso esiste.

Miller scrisse ciò una ventina di anni fa, incoronando il ritorno di Batman più che altro con due piccole vignette, nelle quali viene racchiuso il sorriso sadico del Joker che sboccia nuovamente sul pallido volto del criminale. Perché con Lui tornano i bei vecchi tempi, torna la ragione per vivere e lottare, nel bene e nel male, anche in questo caso.

Ma tutto ciò è solo un frammento, solo una parte dell’immenso lavoro che Miller scrisse. E che, ve lo assicuro, scivolerà dritto al vostro cuore e premerà sul vostro stomaco in un sol fiato; arriverete in fondo, e ne vorrete ancora. Perché così va, come quel DVD o quella VHS che ormai avete usurato a forza di vedere e rivedere. Proprio come per il vostro film preferito, quello che già all’epoca avete visto e rivisto in sala, magari anche a scrocco, magari fingendovi malati per bigiare, o scavallare, scuola. Proprio allo stesso modo.

Perché ci sarà sempre, sempre, la notte in cui la voglia “di qualcosa di buono” da leggersi vi attanaglierà e col dito scorrerete la vostra raccolta di fumetti. E, nonostante vi fregiate di avere l’integrale di Watchmen o la completa di V for Vendetta, nonostante il ghigno del Joker vi chiami dagli abissi di The Killing Joke… Tornerete a Gotham City in quel futuro imprecisato, tra le linee dei fulmini, tra le pozze di fango che diventano tavoli operatorii e l’inverno nucleare che cala sulla Terra. Tornerete lì con Lui, tornerete con Lui e basta.

Potete conoscerne a memoria ogni singola tavola, potete ricordarne ogni battuta o saperne ogni dettaglio. Ma tornerete lì ugualmente, mai sazi, sempre appagati.

È una promessa.

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Fri Jul 4
Ucciderò ancora Billy the Kid
Roberto Recchioni - Riccardo Bucchielli - Cristiano Cucina - Werther Dell’Edera
BD edizioni Alta Fedeltà
15,00€
Ah le storie del west! I cavalli, le praterie sconfinate e i deserti, i revolver, gli zombie… Sì, gli zombie. Per chi non fosse aggiornato sulle vicende del fumetto “Garrett”, il west del baffuto sceriffo ha preso una curiosa piega dal suo epilogo nel film di Sam Peckinpah: ucciso in un’imboscata tesagli dall’ex amico con la stella sul petto, Billy the Kid torna dalla morte come zombie e con lui tornano molti, molti altri morti viventi, in pieno stile Romero. Pat Garrett, così, viene assoldato per sbarazzarsi di nuovo del pistolero cadavere, poiché, alla luce dei fatti, l’incarico precedente non è andato a buon fine. Niente male.
Per certi versi tutto ciò che la tradizione vuole, sia nella leggenda che nel film, viene piacevolmente imbastardito da Recchioni con una cattiveria e una meschinità molto secche e realistiche: in un panorama in cui nemmeno la morte è più una sicurezza, Garrett si trasforma in una cinica maschera della “legge”. Odiato dalla moglie, braccato dai pelleossa (occhio a non leggere pelleRossa!), lo sceriffo riprende la sua caccia senza mezzi termini, ponderando, forse, una seconda possibilità per redimersi col Ragazzo. O forse no.
La copertina di questa raccolta è stupenda, una delle migliori che mi siano capitate di recente: bella grafica, essenziale, diretta… Non lascia spazio a ripensamenti: questo non è un fumetto convenzionale. Che poi, al suo interno, le dinamiche del racconto non siano, in fin dei conti, inaudite o del tutto nuove, poco importa: è un bel racconto, una versione decisamente distorta e per questo apprezzabile della “realtà”, che si legge gradevolmente e soddisfa il lettore.
Ma, dopo di ciò, basta. Sì, o almeno, è l’impressione che ne ho tratto, anche rileggendolo per rinfrescare la memoria su un titolo acquistato diversi mesi fa: le vicende di Garrett e del revenant Kid le leggi, ti piacciono, sorpassi anche qualche tavola non certo eccelsa e digerisci, tutto sommato, gli stili di disegno che si alternano nei vari capitoli, e poi le riponi sullo scaffale. Diciamo pure che, dovendo scegliere se rileggerlo o meno, probabilmente ci si soffermerà su altri titoli della propria collezione, anche se non riesco a trovare una vera e propria motivazione di questo fatto: è una bella storia, raccontata e scritta a modo (nonostante possa far fare più di una smorfia ai patiti dell’ideale tutto nostrano del vecchio west, ed è giusto così) ma una storia che si conclude e lì resta, senza qualcosa di veramente memorabile da riprendere e rileggere, da riassaporare o rivedere, forse anche a causa di alcune parti troppo diluite o allungate che potevano essere maneggiate in altro modo.
Mah, forse mi sto dilungando molto su qualcosa di estremamente soggettivo, tornando a bomba posso dire che sicuramente i disegni di Dell’Edera e Bucchielli sono un ottimo motivo per acquistare una simile operetta immorale italiana, che omaggia i film gore, splatter e horror fondendoli con un genere decisamente atipico per i morti viventi: il far west. Con buoni personaggi e dinamiche ben realizzate, Ucciderò ancora Billy the Kid penso possa regalarvi un paio d’ore di intrattenimento niente male, a patto di non aspettarsi qualcosa di davvero memorabile. Diciamo un lavoretto fatto ammodino, e non c’è nulla di male in questo.
READ IT!

Ucciderò ancora Billy the Kid

Roberto Recchioni - Riccardo Bucchielli - Cristiano Cucina - Werther Dell’Edera

BD edizioni Alta Fedeltà

15,00€

Ah le storie del west! I cavalli, le praterie sconfinate e i deserti, i revolver, gli zombie… Sì, gli zombie. Per chi non fosse aggiornato sulle vicende del fumetto “Garrett”, il west del baffuto sceriffo ha preso una curiosa piega dal suo epilogo nel film di Sam Peckinpah: ucciso in un’imboscata tesagli dall’ex amico con la stella sul petto, Billy the Kid torna dalla morte come zombie e con lui tornano molti, molti altri morti viventi, in pieno stile Romero. Pat Garrett, così, viene assoldato per sbarazzarsi di nuovo del pistolero cadavere, poiché, alla luce dei fatti, l’incarico precedente non è andato a buon fine. Niente male.

Per certi versi tutto ciò che la tradizione vuole, sia nella leggenda che nel film, viene piacevolmente imbastardito da Recchioni con una cattiveria e una meschinità molto secche e realistiche: in un panorama in cui nemmeno la morte è più una sicurezza, Garrett si trasforma in una cinica maschera della “legge”. Odiato dalla moglie, braccato dai pelleossa (occhio a non leggere pelleRossa!), lo sceriffo riprende la sua caccia senza mezzi termini, ponderando, forse, una seconda possibilità per redimersi col Ragazzo. O forse no.

La copertina di questa raccolta è stupenda, una delle migliori che mi siano capitate di recente: bella grafica, essenziale, diretta… Non lascia spazio a ripensamenti: questo non è un fumetto convenzionale. Che poi, al suo interno, le dinamiche del racconto non siano, in fin dei conti, inaudite o del tutto nuove, poco importa: è un bel racconto, una versione decisamente distorta e per questo apprezzabile della “realtà”, che si legge gradevolmente e soddisfa il lettore.

Ma, dopo di ciò, basta. Sì, o almeno, è l’impressione che ne ho tratto, anche rileggendolo per rinfrescare la memoria su un titolo acquistato diversi mesi fa: le vicende di Garrett e del revenant Kid le leggi, ti piacciono, sorpassi anche qualche tavola non certo eccelsa e digerisci, tutto sommato, gli stili di disegno che si alternano nei vari capitoli, e poi le riponi sullo scaffale. Diciamo pure che, dovendo scegliere se rileggerlo o meno, probabilmente ci si soffermerà su altri titoli della propria collezione, anche se non riesco a trovare una vera e propria motivazione di questo fatto: è una bella storia, raccontata e scritta a modo (nonostante possa far fare più di una smorfia ai patiti dell’ideale tutto nostrano del vecchio west, ed è giusto così) ma una storia che si conclude e lì resta, senza qualcosa di veramente memorabile da riprendere e rileggere, da riassaporare o rivedere, forse anche a causa di alcune parti troppo diluite o allungate che potevano essere maneggiate in altro modo.

Mah, forse mi sto dilungando molto su qualcosa di estremamente soggettivo, tornando a bomba posso dire che sicuramente i disegni di Dell’Edera e Bucchielli sono un ottimo motivo per acquistare una simile operetta immorale italiana, che omaggia i film gore, splatter e horror fondendoli con un genere decisamente atipico per i morti viventi: il far west. Con buoni personaggi e dinamiche ben realizzate, Ucciderò ancora Billy the Kid penso possa regalarvi un paio d’ore di intrattenimento niente male, a patto di non aspettarsi qualcosa di davvero memorabile. Diciamo un lavoretto fatto ammodino, e non c’è nulla di male in questo.

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Thu Jun 19
Kill the Granny
Francesca Mengozzi - Giovanni Marcora
Pavesio
14,90€
Colleghi, possiamo dire, se non altro per formazione: Francesca e Giovanni sono due esordienti in gamba e affiatati, che hanno concluso da poco la Scuola Internazionale di Comics, nella sua sede fiorentina. Goticheggianti entrambi, ma aperti e disponibili alla chiacchiera e allo scambio di pareri, tutt’altro che schivi, i due ragazzi toscani hanno sfornato il loro primo lavoro pubblicato. E, a quanto pare, si sono guadagnati l’ammirazione di molti e il consenso della critica.
Partiamo da un doveroso prequel. Vittorio Pavesio viene chiamato a Firenze in qualità di membro esterno nella commissione d’esame della Scuola di Comics. Tutto ciò avveniva prima che Pavesio diventasse il mecenate dell’ala torinese della Scuola di Comics, e il baffuto editore rimane colpito dal progetto di Francesca: un gatto viene castrato dalla propria anziana padrona e, pur di riavere i suoi gioielli di famiglia, vende l’anima a Satana perpetrando uno scambio: los cojones in cambio dell’anima della vecchia, che il gatto tenterà, così, di uccidere in ogni maniera possibile. A disposizione dell’indemoniato felino, ovviamente, le fatidiche nove vite, entro le quali uccidere la nonnina ed adempiere al patto satanico.
Terminata la sessione di esami, Francesca (che cura la storia e i colori delle disavventure del felino) e il suo compagno Giovanni, il disegnatore di Kill the Granny, vengono subito precettati da Pavesio per pubblicare il loro primo fumetto. Hanno tre mesi scarsi di tempo e un centinaio di pagine da completare a dividerli dall’uscita in fumetteria. Il gotico duo ci riesce con un piccolo ritardo, ma alla fine Kill the Granny vede la luce.
Per fortuna.
Con tutti i piccoli difetti che un fumetto d’esordio può avere, e tenendo conto del necessario panico dato dalle prime armi e dal tempo estremamente ridotto (a chi non tremerebbero i polsi? Essere subito pubblicati dopo aver concluso gli studi in materia… Sbav!), Kill the Granny è un piccolo ma grande lavoro umoristico, che ha persino una trama compiuta e risoluta a fare da filo conduttore a una serie di gag demenziali che vedono protagonista lo sfigatissimo felino castrato. La storia non è molto di più di quel che ho scritto poco sopra: si aggiungano una serie di comprimari funzionali e mai invadenti, gag di buona, se non ottima, fattura (non si parla di un lavoro alla Ortolani dei tempi migliori, certo, ma è comunque un paragone difficilmente fattibile, vista la differenza d’esperienza tra gli autori in questione) e disegni che, anche grazie al taglio umoristico e cartoonesco, nonostante la velocità con cui sono stati fatti, adempiono in pieno alla loro funzione e si otterrà un prodotto molto gradevole e accattivante, nella sua modestia di opera prima.
Ripeto, non mi sbrodolo oltre in lodi, ma Kill the Granny è stato sicuramente in grado di strapparmi ben più di un paio di risate ed è scivolato via tranquillo e senza noia, facendo passare in secondo piano alcuni problemini qua e là, che sono forse più soggettivi che oggettivi e che non minano, comunque, il piacere della lettura.
Pavesio ci ha visto giusto e ha puntato su due ragazzi di talento (ho anche avuto la fortuna di sbirciare la Moleskine di Giovanni e sono rimasto colpito dalla sua bravura e dalla qualità del tratto, anche nelle sue espressioni più grottesche e distanti dal “puccioso” Kill the Granny). Mettendo a disposizione di tutti una buona mezz’ora di intrattenimento fumettistico.
Che vi devo dire, mi pare superfluo, ma ribadisco il mio…
READ IT!

Kill the Granny

Francesca Mengozzi - Giovanni Marcora

Pavesio

14,90€

Colleghi, possiamo dire, se non altro per formazione: Francesca e Giovanni sono due esordienti in gamba e affiatati, che hanno concluso da poco la Scuola Internazionale di Comics, nella sua sede fiorentina. Goticheggianti entrambi, ma aperti e disponibili alla chiacchiera e allo scambio di pareri, tutt’altro che schivi, i due ragazzi toscani hanno sfornato il loro primo lavoro pubblicato. E, a quanto pare, si sono guadagnati l’ammirazione di molti e il consenso della critica.

Partiamo da un doveroso prequel. Vittorio Pavesio viene chiamato a Firenze in qualità di membro esterno nella commissione d’esame della Scuola di Comics. Tutto ciò avveniva prima che Pavesio diventasse il mecenate dell’ala torinese della Scuola di Comics, e il baffuto editore rimane colpito dal progetto di Francesca: un gatto viene castrato dalla propria anziana padrona e, pur di riavere i suoi gioielli di famiglia, vende l’anima a Satana perpetrando uno scambio: los cojones in cambio dell’anima della vecchia, che il gatto tenterà, così, di uccidere in ogni maniera possibile. A disposizione dell’indemoniato felino, ovviamente, le fatidiche nove vite, entro le quali uccidere la nonnina ed adempiere al patto satanico.

Terminata la sessione di esami, Francesca (che cura la storia e i colori delle disavventure del felino) e il suo compagno Giovanni, il disegnatore di Kill the Granny, vengono subito precettati da Pavesio per pubblicare il loro primo fumetto. Hanno tre mesi scarsi di tempo e un centinaio di pagine da completare a dividerli dall’uscita in fumetteria. Il gotico duo ci riesce con un piccolo ritardo, ma alla fine Kill the Granny vede la luce.

Per fortuna.

Con tutti i piccoli difetti che un fumetto d’esordio può avere, e tenendo conto del necessario panico dato dalle prime armi e dal tempo estremamente ridotto (a chi non tremerebbero i polsi? Essere subito pubblicati dopo aver concluso gli studi in materia… Sbav!), Kill the Granny è un piccolo ma grande lavoro umoristico, che ha persino una trama compiuta e risoluta a fare da filo conduttore a una serie di gag demenziali che vedono protagonista lo sfigatissimo felino castrato. La storia non è molto di più di quel che ho scritto poco sopra: si aggiungano una serie di comprimari funzionali e mai invadenti, gag di buona, se non ottima, fattura (non si parla di un lavoro alla Ortolani dei tempi migliori, certo, ma è comunque un paragone difficilmente fattibile, vista la differenza d’esperienza tra gli autori in questione) e disegni che, anche grazie al taglio umoristico e cartoonesco, nonostante la velocità con cui sono stati fatti, adempiono in pieno alla loro funzione e si otterrà un prodotto molto gradevole e accattivante, nella sua modestia di opera prima.

Ripeto, non mi sbrodolo oltre in lodi, ma Kill the Granny è stato sicuramente in grado di strapparmi ben più di un paio di risate ed è scivolato via tranquillo e senza noia, facendo passare in secondo piano alcuni problemini qua e là, che sono forse più soggettivi che oggettivi e che non minano, comunque, il piacere della lettura.

Pavesio ci ha visto giusto e ha puntato su due ragazzi di talento (ho anche avuto la fortuna di sbirciare la Moleskine di Giovanni e sono rimasto colpito dalla sua bravura e dalla qualità del tratto, anche nelle sue espressioni più grottesche e distanti dal “puccioso” Kill the Granny). Mettendo a disposizione di tutti una buona mezz’ora di intrattenimento fumettistico.

Che vi devo dire, mi pare superfluo, ma ribadisco il mio…

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Thu Jun 12
The Gray Area - La zona grigia
Glen Brunswick - John Romita Jr. - Klaus Janson
Star Book n°14
10,00€

Sapete, ma sì che lo sapete, quando si compra qualcosa per impulso? Attirati da un dettaglio della costina, dalla copertina, dal titolo… Tagliando corto, l’unica ragione per cui ho comprato The Gray Area, un annetto e più fa, è stato esclusivamente per il fatto che riuniva, di nuovo, due dei miei disegnatori preferiti: John Romita Jr, ad oggi uno dei miei must, e Klaus Janson, il suo braccio destro insostituibile alle chine.
No, beh, sono forse ingiusto: senza togliere nulla a Brunswick, di cui ammetto non conoscere praticamente nulla, il fatto che il Dinamico Duo Marvel si fosse messo al lavoro su un titolo interamente esterno al panorama supereroico, mi ha fatto scattare una molla.
Lasciato sugli scaffali della fumetteria per tempo immemore (ehi, ma dove ho già sentito questa frase?) l’ho recuperato solo dopo molto tempo. E, disegni a parte, ma anche qui se ne parlerà, potevo forse passare oltre.
Vediamo un po’. The Gray Area presenta un antieroe abbbastanza comune nel panorama noir: il poliziotto dell’Antidroga corrotto che appesantisce un po’ le proprie tasche girando il frutto dei sequestri ai migliori offerenti. Vita bella, moglie e figlio a casa che lo aspettano sereni mentre lui conclude affari loschi e si intrattiene con la sua abituale mignottina tutto pepe. Corna e controcorna, un uomo davvero sul fondo.
The Gray Area diventa presto un fumettone di formazione/redenzione poliziottesco ed intradimensionale: Chance, lo sbirro cattivo e protagonista di questa storia, diventa ancora più cattivo dopo aver visto sterminata la famiglia. Ma il suo tramutarsi in una maschera insensibile e violenta dura poco, grazie ad un agguato che lo spedisce, definitivamente, nell’aldilà.
Nel non luogo che ne consegue, dove scopre di poter provare grandi sofferenze non poter gioire del sollievo della morte, viene malvolentieri arruolato in una sorta di forza di polizia extra mundi, che si cura della salvaguardia tanto dei regni ultraterreni quanto delle anime che contengono. Costretto a lottare per redimersi, diventando, per una volta, poliziotto buono a tutti gli effetti, Chance ha in Jordan il tipico mentore alla Obi Wan Kenobi, niente di eccezzionalmente innovativo. Lottando per salvare la propria anima e imparando valori quali il gioco di squadra e il sacrificio, Chance si tramuta da newyorchese egoista in un cittadino modello, generoso e ricompensato.
Bah.
The Gray Area non è un brutto fumetto, ha il pregio di avere scene incredibilmente complesse e allo stesso tempo chiarissime grazie al tocco davvero magico delle matite di Romita Jr. Scene visionarie con orde di anime di ogni foggia e dimensione, smembramenti e creature ciclopiche si alternano senza stridore alle scene urbane e sporche della vita terrena, degli intrallazzi di mafia, droga e polizia, confluendo e toccandosi in un finale che riunisce elementi fantastici con situazioni reali (sventare un attentato nel mondo reale ma perpetrato da una minaccia interdimensionale, per dire).
Il problema di questo lavoro, semmai, è la mancanza continua di mordente. La storia, tutto sommato, è fiacca e spesso pare che gli autori, tutti, realizzino un qualcosa che continuamente dice “potevamo fare di più, ma si è fatto quel che si è potuto”. Non è una grande saga, non è una grande storia, non è nemmeno qualcosa di così innovativo o suggestivo, per lo più corredato da un finale terribilmente funestato da elementi buonisti al pari dell’orrendo film Al di là dei Sogni.
Romita Jr e Klaus Janson fanno ciò che sanno fare meglio, unendo l’esperienza maturata su DareDevil, Spiderman, Thor… Ma non basta, secondo me. Il tratto spesso naïf di Romita, che si lascia andare giustamente a un tocco surrealista in moltissimi casi, a volte cede in semplicità eccessiva, quasi avesse raffazzonato alcune sequenze riempitive della storia, per poi curare maggiormente, ma non mi sento di fargliene una colpa troppo grande, scene di più grande effetto ed impatto come quelle dell’aldilà e degli scontri a base di poteri, onde di energia e grande dinamismo.
Un fumetto, a conti fatti, col freno tirato. Qualcosa di gradevole ma che manca, per esempio, della tensione o del pathos che è percepibile in un altro lavoro “alieno” di Romita Jr: Kick Ass, di cui avrò modo di parlare un pochino, se non altro del primo numero americano, che posseggo. Ne La zona grigia gli avvenimenti si susseguono senza trascinare il lettore, che assiste senza troppa foga alle gesta di un protagonista antipatico e scarno, che segue una parabola fin troppo trita e ritrita, anche se spostata in un ottica surreale e misticheggiante che poco aggiunge a un lavoro dal carattere fiacco, anche se accattivante.
Read it or not? Che posso dire… Se siete fan di Romita Jr e del suo operato, avrete di che esser soddisfatti, qua e là, anche se l’eccellenza non è raggiunta appieno in questo albo. Altrimenti, mi vien da dire:

…OR NOT.

The Gray Area - La zona grigia

Glen Brunswick - John Romita Jr. - Klaus Janson

Star Book n°14

10,00€

Sapete, ma sì che lo sapete, quando si compra qualcosa per impulso? Attirati da un dettaglio della costina, dalla copertina, dal titolo… Tagliando corto, l’unica ragione per cui ho comprato The Gray Area, un annetto e più fa, è stato esclusivamente per il fatto che riuniva, di nuovo, due dei miei disegnatori preferiti: John Romita Jr, ad oggi uno dei miei must, e Klaus Janson, il suo braccio destro insostituibile alle chine.

No, beh, sono forse ingiusto: senza togliere nulla a Brunswick, di cui ammetto non conoscere praticamente nulla, il fatto che il Dinamico Duo Marvel si fosse messo al lavoro su un titolo interamente esterno al panorama supereroico, mi ha fatto scattare una molla.

Lasciato sugli scaffali della fumetteria per tempo immemore (ehi, ma dove ho già sentito questa frase?) l’ho recuperato solo dopo molto tempo. E, disegni a parte, ma anche qui se ne parlerà, potevo forse passare oltre.

Vediamo un po’. The Gray Area presenta un antieroe abbbastanza comune nel panorama noir: il poliziotto dell’Antidroga corrotto che appesantisce un po’ le proprie tasche girando il frutto dei sequestri ai migliori offerenti. Vita bella, moglie e figlio a casa che lo aspettano sereni mentre lui conclude affari loschi e si intrattiene con la sua abituale mignottina tutto pepe. Corna e controcorna, un uomo davvero sul fondo.

The Gray Area diventa presto un fumettone di formazione/redenzione poliziottesco ed intradimensionale: Chance, lo sbirro cattivo e protagonista di questa storia, diventa ancora più cattivo dopo aver visto sterminata la famiglia. Ma il suo tramutarsi in una maschera insensibile e violenta dura poco, grazie ad un agguato che lo spedisce, definitivamente, nell’aldilà.

Nel non luogo che ne consegue, dove scopre di poter provare grandi sofferenze non poter gioire del sollievo della morte, viene malvolentieri arruolato in una sorta di forza di polizia extra mundi, che si cura della salvaguardia tanto dei regni ultraterreni quanto delle anime che contengono. Costretto a lottare per redimersi, diventando, per una volta, poliziotto buono a tutti gli effetti, Chance ha in Jordan il tipico mentore alla Obi Wan Kenobi, niente di eccezzionalmente innovativo. Lottando per salvare la propria anima e imparando valori quali il gioco di squadra e il sacrificio, Chance si tramuta da newyorchese egoista in un cittadino modello, generoso e ricompensato.

Bah.

The Gray Area non è un brutto fumetto, ha il pregio di avere scene incredibilmente complesse e allo stesso tempo chiarissime grazie al tocco davvero magico delle matite di Romita Jr. Scene visionarie con orde di anime di ogni foggia e dimensione, smembramenti e creature ciclopiche si alternano senza stridore alle scene urbane e sporche della vita terrena, degli intrallazzi di mafia, droga e polizia, confluendo e toccandosi in un finale che riunisce elementi fantastici con situazioni reali (sventare un attentato nel mondo reale ma perpetrato da una minaccia interdimensionale, per dire).

Il problema di questo lavoro, semmai, è la mancanza continua di mordente. La storia, tutto sommato, è fiacca e spesso pare che gli autori, tutti, realizzino un qualcosa che continuamente dice “potevamo fare di più, ma si è fatto quel che si è potuto”. Non è una grande saga, non è una grande storia, non è nemmeno qualcosa di così innovativo o suggestivo, per lo più corredato da un finale terribilmente funestato da elementi buonisti al pari dell’orrendo film Al di là dei Sogni.

Romita Jr e Klaus Janson fanno ciò che sanno fare meglio, unendo l’esperienza maturata su DareDevil, Spiderman, Thor… Ma non basta, secondo me. Il tratto spesso naïf di Romita, che si lascia andare giustamente a un tocco surrealista in moltissimi casi, a volte cede in semplicità eccessiva, quasi avesse raffazzonato alcune sequenze riempitive della storia, per poi curare maggiormente, ma non mi sento di fargliene una colpa troppo grande, scene di più grande effetto ed impatto come quelle dell’aldilà e degli scontri a base di poteri, onde di energia e grande dinamismo.

Un fumetto, a conti fatti, col freno tirato. Qualcosa di gradevole ma che manca, per esempio, della tensione o del pathos che è percepibile in un altro lavoro “alieno” di Romita Jr: Kick Ass, di cui avrò modo di parlare un pochino, se non altro del primo numero americano, che posseggo. Ne La zona grigia gli avvenimenti si susseguono senza trascinare il lettore, che assiste senza troppa foga alle gesta di un protagonista antipatico e scarno, che segue una parabola fin troppo trita e ritrita, anche se spostata in un ottica surreale e misticheggiante che poco aggiunge a un lavoro dal carattere fiacco, anche se accattivante.

Read it or not? Che posso dire… Se siete fan di Romita Jr e del suo operato, avrete di che esser soddisfatti, qua e là, anche se l’eccellenza non è raggiunta appieno in questo albo. Altrimenti, mi vien da dire:

…OR NOT.

Bullet Points
J. Michael Straczynski - Tommy Lee Edwards
Collezione 100% Marvel
10,00€
La Storia non si fa con i se. È un motto, è una verità. Ma quando la Storia è già fatta, e le decisioni sono state prese, cosa impedisce di giocare con le alternative? Con le variazioni, con la tempistica, con le fortune e le sfortune che hanno plasmato, in misura maggiore o minore, il mondo in cui viviamo?
Ucronìa, termine già utilizzato da Sclavi per un intricato episodio di Dylan Dog, è un gioco, perlopiù letterario, che si fa proprio prendendo la Storia, prendendo i famosi “se” e shakerando il tutto. Se Hitler avesse vinto la guerra? Se Napoleone non avesse capitolato a Waterloo? E se Einstein, o Fermi, non fosse mai sbarcato in America… La Storia, oggi, come sarebbe?
Al di là del più facile paragone con la trama del film Sliding Doors, l’ucronia può essere giocata davvero su tutto. Anche sui supereroi. La trama di Bullet Points è ambiziosa, ma non unica nel suo genere. Sostanzialmente la si può riassumere in: SE il Dottor Erskine fosse stato ucciso PRIMA di poter iniettare il siero del Supersoldato al gracile Steve Rogers, l’universo Marvel sarebbe lo stesso? Se Capitan America, in sostanza, non fosse mai esistito, quale alternativa militare sarebbe stata preparata? E quali vite sarebbero state sconvolte da un simile fatto?
J. Michael Straczynski crea, così, un lavoro di ottima fattura, nonostante quella retorica sibillina e onnipresente, o il tono a volte aulico del narratore che potrebbe rimandare, spesso, al “Sacrifice. Sacrifice. Sacrifice” di nixoniana memoria… Complici dell’aura malinconica e nera della storia (si scoprirà infatti essere un mondo molto più pregno di morte e dolore di quanto non sia il vero universo Marvel) sono i disegni di Tommy Lee Edwards, che colpiscono per il tocco grezzo ed essenziale ma mai scarno, adatto a un mondo supereroico tutt’altro che goliardico e cartoonesco. La composizione delle tavole è piuttosto vivace, e tiene bene testa a un certo “effetto foto” o “manichino” che si percepisce in certi casi guardando i personaggi. Sostanzialmente c’è una discreta alchimia tra il montaggio stile comic book delle storie e un taglio più realistico della trama, anche se, a dire il vero, bisognerebbe parlare di verismo per quanto concerne il modo in cui sono trattati psicologicamente i personaggi principali, lontani dalle marmoree coscienze e certezze a cui ci hanno abituato nel loro universo regolare Marvel.
Il come io sia arrivato a Bullet Points, comunque, è tutt’un programma: la copertina, per quanto intrigante vista la presenza di un primordiale Iron Man, non fa breccia da subito e difficilmente fa intuire di cosa tratti il volume in questione. Anche la sinossi sul retro è scarna, fin troppo, e non rimanda ad alcun personaggio della storia (cavolo, ALMENO Capitan America…). Sfogliare rapidamente il tutto, poi, non aiuta: ci sono, a prima vista, Iron Man, Nick Fury, Spiderman, Hulk… Il problema, semmai, è chi siano realmente questi personaggi in un universo così diverso!
È stato grazie ad una recensione piuttosto soddisfatta che ho finalmente capito di cosa diavolo parlasse un fumetto a prima vista trascurabile, arrivandoci con almeno un annetto di ritardo. E, per fortuna, sono riuscito a procurarmelo al di fuori delle mura della mia fumetteria di fiducia che, quasi per ironia della sorte, dopo averlo tenuto in esposizione per diversi mesi ha esaurito le copie proprio nel momento in cui avevo finalmente capito a che gioco si stesse giocando con Bullet Points.
Insomma, c’è Iron Man che non è, sotto sotto, quell’Iron Man. C’é Hulk che, diciamocelo, è tutti tranne che Bruce Banner. Idem per quel disgraziato di Peter Parker, o per il destino di Stephen Strange, per non parlare di chi prenda in mano la direzione dello S.H.I.E.L.D. Le premesse per un’ottima ora di intrattenimento ci sono tutte e, se finora non lo aveste capito, il mio parere su questa perla è…
READ IT!

Bullet Points

J. Michael Straczynski - Tommy Lee Edwards

Collezione 100% Marvel

10,00€

La Storia non si fa con i se. È un motto, è una verità. Ma quando la Storia è già fatta, e le decisioni sono state prese, cosa impedisce di giocare con le alternative? Con le variazioni, con la tempistica, con le fortune e le sfortune che hanno plasmato, in misura maggiore o minore, il mondo in cui viviamo?

Ucronìa, termine già utilizzato da Sclavi per un intricato episodio di Dylan Dog, è un gioco, perlopiù letterario, che si fa proprio prendendo la Storia, prendendo i famosi “se” e shakerando il tutto. Se Hitler avesse vinto la guerra? Se Napoleone non avesse capitolato a Waterloo? E se Einstein, o Fermi, non fosse mai sbarcato in America… La Storia, oggi, come sarebbe?

Al di là del più facile paragone con la trama del film Sliding Doors, l’ucronia può essere giocata davvero su tutto. Anche sui supereroi. La trama di Bullet Points è ambiziosa, ma non unica nel suo genere. Sostanzialmente la si può riassumere in: SE il Dottor Erskine fosse stato ucciso PRIMA di poter iniettare il siero del Supersoldato al gracile Steve Rogers, l’universo Marvel sarebbe lo stesso? Se Capitan America, in sostanza, non fosse mai esistito, quale alternativa militare sarebbe stata preparata? E quali vite sarebbero state sconvolte da un simile fatto?

J. Michael Straczynski crea, così, un lavoro di ottima fattura, nonostante quella retorica sibillina e onnipresente, o il tono a volte aulico del narratore che potrebbe rimandare, spesso, al “Sacrifice. Sacrifice. Sacrifice” di nixoniana memoria… Complici dell’aura malinconica e nera della storia (si scoprirà infatti essere un mondo molto più pregno di morte e dolore di quanto non sia il vero universo Marvel) sono i disegni di Tommy Lee Edwards, che colpiscono per il tocco grezzo ed essenziale ma mai scarno, adatto a un mondo supereroico tutt’altro che goliardico e cartoonesco. La composizione delle tavole è piuttosto vivace, e tiene bene testa a un certo “effetto foto” o “manichino” che si percepisce in certi casi guardando i personaggi. Sostanzialmente c’è una discreta alchimia tra il montaggio stile comic book delle storie e un taglio più realistico della trama, anche se, a dire il vero, bisognerebbe parlare di verismo per quanto concerne il modo in cui sono trattati psicologicamente i personaggi principali, lontani dalle marmoree coscienze e certezze a cui ci hanno abituato nel loro universo regolare Marvel.

Il come io sia arrivato a Bullet Points, comunque, è tutt’un programma: la copertina, per quanto intrigante vista la presenza di un primordiale Iron Man, non fa breccia da subito e difficilmente fa intuire di cosa tratti il volume in questione. Anche la sinossi sul retro è scarna, fin troppo, e non rimanda ad alcun personaggio della storia (cavolo, ALMENO Capitan America…). Sfogliare rapidamente il tutto, poi, non aiuta: ci sono, a prima vista, Iron Man, Nick Fury, Spiderman, Hulk… Il problema, semmai, è chi siano realmente questi personaggi in un universo così diverso!

È stato grazie ad una recensione piuttosto soddisfatta che ho finalmente capito di cosa diavolo parlasse un fumetto a prima vista trascurabile, arrivandoci con almeno un annetto di ritardo. E, per fortuna, sono riuscito a procurarmelo al di fuori delle mura della mia fumetteria di fiducia che, quasi per ironia della sorte, dopo averlo tenuto in esposizione per diversi mesi ha esaurito le copie proprio nel momento in cui avevo finalmente capito a che gioco si stesse giocando con Bullet Points.

Insomma, c’è Iron Man che non è, sotto sotto, quell’Iron Man. C’é Hulk che, diciamocelo, è tutti tranne che Bruce Banner. Idem per quel disgraziato di Peter Parker, o per il destino di Stephen Strange, per non parlare di chi prenda in mano la direzione dello S.H.I.E.L.D. Le premesse per un’ottima ora di intrattenimento ci sono tutte e, se finora non lo aveste capito, il mio parere su questa perla è…

READ IT!

A volte la testa vaga per i suoi misteriosissimi sentieri. Così capita che ci si ritrovi a voler sbatacchiare qualcosa, di nuovo, sulla tastiera. Senza rinnegare nulla di quanto scritto finora nell’altra, lodevole e ancora attiva dimora, ho sentito il bisogno di provare qualcosa di leggermente diverso. Lo stile è sempre quello di Etere, meno psichedelico ma non meno sporco, non meno ingarbugliato, ma convogliato in una passione crescente che, si spera, un giorno diverrà qualcosa con cui mettere sotto i denti la pagnotta: i fumetti.
I convenevoli del caso, per l’apertura, sono i soliti: non sono qui a fare le scarpe a nessuno, esistono centinaia se non decine di centinaia di blog dedicati ai comics, ai fumetti, di recensioni se ne trovano a bizzeffe… Per questo il luogo, o non luogo, o quasi-luogo che state visitando non è nulla di istituzionalizzabile in una definizione: non troverete recensioni vere e proprie ma più propriamente una chiacchierata con me stesso sul perché un dato fumetto mi senta di consigliarlo o sconsigliarlo, a seconda dei casi.
L’ordine è puramente casuale: pescherò dalla mia piccola, modesta ma crescente e variegata collezione, e spiattellerò il mio flusso di coscienza circa le impressioni che ne ho tratto. Da lì, in poi, nessun altro fine: non mi reputo né esperto né professionista, ma un appassionato sempre più fervente. Non a caso il titolo del blog riprende una delle più assurde e discusse rubriche giornalistiche statunitensi (che, peraltro, è stato il dream-project cinematografico di Ed Wood, mai realizzato): Ripley’s believe it or not, una raccolta di sedicenti trafiletti a tema mistero/orrore che l’autore proponeva come assolutamente veritieri e reali quando, invece, erano poco più che divagazioni e fantasie personali, se non delle vere e proprie balle.
Da qui in poi, cosa succederà nemmeno io lo so. Per ora, nel dubbio, mi metto a scrivere. G’bye!
Yours Etere

A volte la testa vaga per i suoi misteriosissimi sentieri. Così capita che ci si ritrovi a voler sbatacchiare qualcosa, di nuovo, sulla tastiera. Senza rinnegare nulla di quanto scritto finora nell’altra, lodevole e ancora attiva dimora, ho sentito il bisogno di provare qualcosa di leggermente diverso. Lo stile è sempre quello di Etere, meno psichedelico ma non meno sporco, non meno ingarbugliato, ma convogliato in una passione crescente che, si spera, un giorno diverrà qualcosa con cui mettere sotto i denti la pagnotta: i fumetti.

I convenevoli del caso, per l’apertura, sono i soliti: non sono qui a fare le scarpe a nessuno, esistono centinaia se non decine di centinaia di blog dedicati ai comics, ai fumetti, di recensioni se ne trovano a bizzeffe… Per questo il luogo, o non luogo, o quasi-luogo che state visitando non è nulla di istituzionalizzabile in una definizione: non troverete recensioni vere e proprie ma più propriamente una chiacchierata con me stesso sul perché un dato fumetto mi senta di consigliarlo o sconsigliarlo, a seconda dei casi.

L’ordine è puramente casuale: pescherò dalla mia piccola, modesta ma crescente e variegata collezione, e spiattellerò il mio flusso di coscienza circa le impressioni che ne ho tratto. Da lì, in poi, nessun altro fine: non mi reputo né esperto né professionista, ma un appassionato sempre più fervente. Non a caso il titolo del blog riprende una delle più assurde e discusse rubriche giornalistiche statunitensi (che, peraltro, è stato il dream-project cinematografico di Ed Wood, mai realizzato): Ripley’s believe it or not, una raccolta di sedicenti trafiletti a tema mistero/orrore che l’autore proponeva come assolutamente veritieri e reali quando, invece, erano poco più che divagazioni e fantasie personali, se non delle vere e proprie balle.

Da qui in poi, cosa succederà nemmeno io lo so. Per ora, nel dubbio, mi metto a scrivere. G’bye!

Yours Etere